In un libro scritto nel 1995, The Demon-Haunted World (Il mondo infestato dai demoni), Carl Sagan aveva predetto il futuro degli Stati Uniti, mettendo in guardia da un’epoca in cui il pensiero critico declina, la disinformazione si diffonde e il potere tecnologico è concentrato nelle mani di pochi. Trent’anni dopo, quella previsione appare tristemente accurata.
«Ho un presentimento di un’America al tempo dei miei figli o nipoti, quando gli Stati Uniti saranno un’economia di servizi e informazione; quando quasi tutte le industrie manifatturiere se ne saranno andate via verso altri paesi; quando poteri tecnologici straordinari saranno nelle mani di pochissimi e nessuno che rappresenti l’interesse pubblico sarà in grado di comprendere i problemi; quando le persone avranno perso la capacità di stabilire la propria agenda o di mettere in discussione consapevolmente le autorità; quando, stringendo nelle mani le nostre sfere di cristallo e consultando nervosamente i nostri oroscopi, le nostre facoltà critiche in declino, incapaci di distinguere tra ciò che ci fa sentire bene e ciò che è vero, scivoleremo, quasi senza accorgercene, di nuovo nella superstizione e nell’oscurità».
Nel suo noto romanzo del 1935, It can’t happen here (Qui non può accadere), Sinclair Lewis descriveva l’ascesa di Berzelius Windrip, che viene eletto Presidente degli Stati Uniti dopo aver fomentato la paura e promesso drastiche riforme economiche e sociali sulla base di una piattaforma populista a favore del “forgotten man”, promuovendo al contempo un ritorno al patriottismo e ai valori “tradizionali”. Dopo la sua elezione, Windrip prende il controllo completo del governo con golpe e impone un regime totalitario con l’aiuto di una spietata forza paramilitare. Il romanzo si incentra sull’opposizione del giornalista Doremus Jessup al nuovo regime e sulla sua successiva lotta contro di esso come parte di una ribellione liberale, enfatizzando il ruolo decisivo della stampa e dell’informazione nel risvegliare le coscienze.
Già dopo la prima elezione di Trump nel 2016, diversi giornalisti e scrittori avevano denunciato la somiglianza tra il biondo figlio di un immigrato tedesco, un tycoon, e il personaggio di Lewis, paventando la possibilità di una svolta autoritaria negli Stati Uniti. E come in una classica situazione in cui la realtà supera la fantasia, oggi sembra proprio che «nel paese in cui ciò non poteva accadere» il peggio sta succedendo. Perché l’azione di Trump e dei suoi uomini è per molti versi eversiva, tanto da mettere in discussione le stesse fondamenta della “più antica democrazia del mondo”, con la prospettiva che quella – che riteneva di avere in sé gli anticorpi perché ciò non potesse succedere – si trasformi in un’autocrazia, governata da un pazzo che si muove come un re, affiancato da un’oligarchia di miliardari: scardinando le regole, svuotando il governo, praticato con lo smantellamento di agenzie e programmi, svilendo cinicamente pratiche e consuetudini, con l’obiettivo dichiarato di smantellare lo Stato privatizzando il governo in nome dell’efficienza, per stabilire il potere di una nuova oligarchia.
Il fatto è, però, che Trump è forte di un mandato popolare. Facendo leva sulla frustrazione delle working class marginalizzate, del maschio bianco, delle minoranze più o meno integrate come dei colletti bianchi proletarizzati, aizzandoli contro gli “immigrati” e contro la globalizzazione colpevoli del loro impoverimento – e quindi contro le élite liberal che ne sarebbero responsabili – la nuova cricca al potere risfodera gli stereotipi desueti del machismo e del suprematismo, così riesumando simbologie naziste “scandalose”, per svelare il progetto iper-classista in nome di un sogno americano ridisegnato secondo le nuove mitologie dei tecno-capitalisti. Perché l’indirizzo e i comportamenti che Trump e i suoi uomini stanno imprimendo agli Stati Uniti, tanto in casa che fuori, hanno i caratteri di un redde rationem di marca autoritaria, contro le élite liberal del pensiero progressivo soft e “inclusivo”, egalitario (a parole) e “democratico”, colpevoli di aver lasciato gli USA perdere la loro primazia mondiale nel vortice della globalizzazione a danno dell’America “profonda”, quella vera e originaria. Essi avanzano a colpi di clava a destra e a manca, per stabilire un nuovo ordine che però, come ogni destra che si rispetti – le cui radici, ancora, affondano nei torbidi modelli novecenteschi – si rivela nel suo voler perseguire un potere assoluto, privo di contrappesi e vincoli.
Ed è per questo che trova consensi e simpatie nelle ultra-destre europee, che apertamente si prefiggono di sostenere. Il movimento Make America Great Again ha fatto breccia nei cuori di molti, e la revanche, per tanti, appare finalmente all’orizzonte e non è un caso che esso sia di destra, non più la vecchia destra nostalgica e fascista ma comunque una destra vera, terribile. Non un destra “conservatrice”, che questa non vuole conservare nulla se non le “tradizioni” nel nome di un nazionalismo becero, ma una destra reazionaria – contro le derive “progressiste” – ed elitista, razzista e suprematista, anti-egalitaria, nel nome della difesa del benessere messo a repentaglio dal mondo che incombe.
Da più parti, qui da noi in Europa, ci si straccia le vesti e si accusano i leader delle destre di mettere a repentaglio la democrazia. I liberals lamentano che la curvatura autocratica starebbe mettendo in crisi un sistema che si era affermato nel dopoguerra, con i suoi pesi e contrappesi, con una rappresentanza che per ottant’anni aveva permesso di portare avanti tanto le istanze delle classi medio-alte che di quelle popolari. Un sistema che aveva finito per vedersi come il miglior compromesso possibile tra gli interessi del capitalismo del libero mercato e quello dei ceti meno abbienti.
Ma il fatto è che, se la democrazia liberale è in crisi, è perché da più di trent’anni si è lasciata carta bianca e la mano completamente libera a quel capitalismo di condizionare non solo il destino di tutti ma gli indirizzi della stessa politica. Se il consenso elettorale ha prodotto quei frutti che oggi è la destra a raccogliere, è perché la democrazia stessa non è stata di portare avanti la domanda di protezione e di equità delle classi popolari, con un fisco più giusto e una distribuzione del reddito meno diseguale, lasciando che fosse l’impresa a trarre vantaggio da un mercato del lavoro all’insegna della flessibilità e della precarietà e dalla globalizzazione liberista. Le sinistre e i partiti popolari hanno così perso gradualmente quel seguito che si è rivolto altrove, in parte, o si è definitivamente perso nel rifiuto del voto.
Se le destre hanno raccolto consensi, all’insegna di un nuovo nazionalismo protezionista, del rigetto della cosiddetta “inclusività” delle minoranze e dei “diversi”, è perché hanno saputo dare ascolto alla frustrazione dei “perdenti” e di chi si sente minacciato, invocando nuove barriere per garantire “sicurezza”. E lo stanno facendo ricorrendo a vecchi slogan e parole d’ordine, risfoderando simboli farneticanti, che credevamo sepolti dalla vergogna. Così si erano affermati il fascismo e il nazismo – promettendo protezione e rivincita – e così sembrano tornare in auge oggi. Non è gridando al fascismo, però, che li si combatte. Ci sono ormai due generazioni che del fascismo e del nazismo non sanno nulla e, grazie al potere dei media, sono disposte a scrollare le spalle se questo promette loro “sicurezza”. E a guidare la revanche delle destre si sono messe elmo in testa le oligarchie miliardarie, che quelle masse hanno contribuito a creare e far soggiacere nella loro posizione di subalternità.
Anche la proiezione internazionale di questo nuovo corso non deve confondere. Il dialogo tra Trump e il suo omologo Putin vuole solo rimettere a posto lo scacchiere. Senza fronzoli o infingimenti “etici”, Trump vuole ristabilire quella che è sempre stata la politica estera statunitense e i termini del loro dominio globale. Oggi, il nuovo autocrate di Washington patteggia con l’omologo russo per la spartizione dell’Ucraina e non lo fa, è ovvio, per spirito “pacifista”. È un rivoltamento delle alleanze di proporzioni storiche e vallo a spiegare ai paesi del sud del mondo che quello che era il baluardo della democrazia e del diritto internazionale oggi se la fa con un altro autocrate. Il fatto è che con questa mossa l’imperialismo capitalista a guida USA si riafferma, dopo aver capito che l’economia globale è ormai multipolare – Cina e India in testa, ma altri vi si uniscono, altrettanto emergenti – e che bisogna fare di necessità virtù. Il blocco “occidentale” è superato, l’Europa è stata fatta crescere sotto l’ala statunitense ma cosa ne sarà, a questo punto, dipenderà dalle scelte che essa saprà fare, superata dal diretto controllo del quadro geopolitico mondiale dagli USA che vogliono riportare dalla loro una Russia che non deve finire nell’orbita cinese.
Abbiamo lasciato che un’autocrazia maturasse nel cuore dell’Occidente e ci lamentiamo che le democrazie sono in crisi per colpa degli autocrati. Ridiamo piuttosto un senso a quelle democrazie dando rappresentanza agli interessi di chi ha come di chi non ha, senza affidarci solo al mercato (e ai capitalisti), e gli autocrati non avranno più seguito, perché il loro progetto si rivelerà un’impostura. Si sveglino i liberal dal sonno neoliberista e tornino a parlare la lingua della democrazia di tutti.