Che si tratti di “movimenti tellurici” o, piuttosto, di “svolta epocale” ce lo dirà la storia. Certo è che il cambiamento di rotta che il neo-eletto presidente Trump ha impresso alla politica statunitense ha qualcosa di inatteso e di scioccante, che si riverbererà sul mondo per gli anni a venire. Perché tutto ciò che Trump sta facendo ha qualcosa di eversivo, tanto da mettere in discussione le stesse fondamenta della “più antica democrazia del mondo”, con la prospettiva che quella – che riteneva di avere in sé gli anticorpi perché ciò non potesse succedere – si trasformi in un’autocrazia, governata da un pazzo che si muove come un imperatore, affiancato da un’oligarchia di miliardari. E l’indirizzo e i comportamenti che Trump e i suoi uomini stanno imprimendo agli Stati Uniti, tanto in casa che fuori, assumono i caratteri di un redde rationem di marca autoritaria, contornata di simpatie naziste e suprematiste, contro le élite liberal del pensiero progressivo soft e “inclusivo”, egalitario (a parole) e “democratico”, colpevoli di aver lasciato gli USA perdere la loro primazia mondiale nel vortice della globalizzazione a danno dell’America “profonda”, quella vera e originaria. Perché ciò a cui in realtà puntano è l’ulteriore smantellamento dello Stato privatizzando il governo in nome dell’efficienza, per stabilire il potere di una nuova oligarchia.
Facendo leva sulla frustrazione delle working class marginalizzate dei suburbs e delle rust belts, del maschio bianco, delle minoranze più o meno integrate come dei colletti bianchi proletarizzati, aizzandoli contro gli “immigrati” e contro la globalizzazione colpevoli del loro impoverimento – e quindi contro le élite liberal che ne sarebbero responsabili – la nuova crema al potere risfodera gli stereotipi desueti del machismo e del suprematismo, così riesumando simbologie naziste “scandalose”, per svelare il progetto iper-classista in nome di un sogno americano ridisegnato secondo le nuove mitologie dei tecno-capitalisti. Forte del mandato popolare, sfidando le leggi e la prassi consolidata, essa avanza a colpi di clava a destra e a manca, per stabilire un nuovo ordine che però, come ogni destra che si rispetti – le cui radici, ancora, affondano nei torbidi modelli affermatisi nel Novecento –, si rivela nel suo voler perseguire un potere assoluto, privo di contrappesi e vincoli.
Ed è per questo che, nelle democrazie in crisi, essa trova appeal e trova seguaci, ed è finanche disponibile a sostenerli, facendo leva sugli stessi sentimenti, forte dei suoi miliardi. In Germania, la destra filo-nazista è già il secondo partito, mentre tutto il corpo elettorale è attraversato da rigurgiti militaristi e nazionalisti, anche a sinistra. In Gran Bretagna, il tronfio Farage scommette che sarà lui il prossimo premier, mentre in Francia la Le Pen vede accrescere le sue chances presidenziali di giorno in giorno. In Italia, il “salto” lo abbiamo già fatto, con i post-fascisti al governo, ancorché in coalizione, e l’occupazione del potere a tutti i livelli procede imperterrita, nonostante lo scandalo e le grida flebili delle opposizioni. Il movimento Make America Great Again ha fatto breccia nei cuori di molti, e la revanche, per tanti, appare finalmente all’orizzonte e non è un caso che esso sia di destra, una destra moderna – non più la vecchia destra nostalgica e fascista – ma comunque una destra vera, terribile, un’ultra-destra. Non un destra “conservatrice”, che questa non vuole conservare nulla se non le “tradizioni” nel nome di un nazionalismo becero, ma una destra reazionaria – contro le derive “progressiste” – ed elitista, razzista e suprematista, anti-egalitaria, nel nome della difesa del benessere messo a repentaglio dal mondo che incombe.
Da più parti, qui da noi in Europa, ci si straccia le vesti e si accusano le destre e i loro leader di mettere a repentaglio la democrazia. I liberals lamentano che la curvatura autocratica starebbe mettendo in crisi un sistema che si era affermato nel dopoguerra, con i suoi pesi e contrappesi, con una rappresentanza che per ottant’anni aveva permesso di portare avanti tanto le istanze delle classi medio-alte che di quelle popolari. Un sistema che aveva finito per vedersi come il miglior compromesso possibile tra gli interessi del capitalismo del libero mercato e quello dei ceti meno abbienti.
Ma il fatto è che, se la democrazia liberale è in crisi, è perché da più di trent’anni si è lasciata carta bianca e la mano completamente libera a quel capitalismo di condizionare non solo il destino di tutti ma gli indirizzi della stessa politica. Se il consenso elettorale ha prodotto quei frutti che oggi è la destra a raccogliere, è perché la democrazia stessa non è stata di portare avanti la domanda di protezione e di equità delle classi popolari, con un fisco più giusto e una distribuzione del reddito meno diseguale, lasciando che fosse l’impresa – il capitale – a trarre vantaggio da un mercato del lavoro all’insegna della flessibilità e della precarietà e dalla globalizzazione liberista. Le sinistre e i partiti popolari hanno così perso gradualmente quel consenso che si è rivolto altrove, in parte, o si è definitivamente perso nel rifiuto del voto.
Se le destre hanno raccolto consensi, all’insegna di un nuovo nazionalismo protezionista, del rigetto della cosiddetta “inclusività” delle minoranze e dei “diversi”, è perché hanno saputo dare peso alla frustrazione dei “perdenti” e di chi si sente minacciato, invocando nuove barriere per garantire “sicurezza”. E lo stanno facendo ricorrendo a vecchi slogan e parole d’ordine, risfoderando simboli e mitologie farneticanti, che credevamo sepolte dalla vergogna. Così si erano affermati il fascismo e il nazismo – promettendo protezione e rivincita – e così sembrano tornare in auge oggi.
Non è gridando al fascismo, però, che li si combatte. Ci sono ormai due generazioni che del fascismo e del nazismo non sanno nulla e, grazie al potere dei media, sono disposti a scrollare le spalle se questo promette loro “sicurezza”. Anche perché il quadro è complicato dal fatto che a guidare la revanche delle destre si sono messe elmo in testa le oligarchie miliardarie. Dopo aver ottenuto lo strapotere economico di controllare le masse, fiaccato per sempre il movimento operaio prima grazie all’adesione al modello consumistico – «quel benessere ve lo porteranno via se non lo proteggiamo» – e poi con la flessibilità e la precarizzazione, e di vedere i loro redditi crescere a dismisura, oggi sanno di poter controllare anche lo Stato, ridotto a involucro, prospettando il superamento della democrazia stessa, con l’aiuto decisivo dei media e dei social. Prospettando l’erezione di barriere per tenere fuori i disperati del mondo, spartendosene le risorse, ed imponendo il nuovo feudalesimo di una società di nuovo suddivisa in classi, ora più congelate che mai.
C’è poi la proiezione esterna del trumpismo. Ora, non ci si deve far confondere, perché in questo Trump non fa che perseguire, con una logica apparentemente diversa e più sfacciata, senza fronzoli o infingimenti “etici”, quella che è sempre stata la politica estera statunitense. Il dominio globale, garantito dopo Yalta nella spartizione per blocchi ma consolidato grazie alla supremazia economica di derivazione coloniale e alla “divisione internazionale del lavoro” che già esisteva ma che il trentennio post-1945 confermerà, porterà all’affermazione del blocco occidentale capitalistico che vedrà, quindi, con il crollo del muro di Berlino e dell’Urss, la sua “vittoria” tanto sul piano politico che economico. Dopodiché, il suo dominio imperialistico non farà che rafforzarsi, nell’affermazione del cosiddetto ordine internazionale all’insegna dei “diritti umani” e della “democrazia”, mantenendo ben fermi i termini dello scambio con i produttori di materie prime. Ne verrà così una “seconda fase” in cui, superati i due blocchi dell’Ovest e dell’Est, gli Stati Uniti si ergeranno a “poliziotto del mondo”, intervenendo inopinatamente in Bosnia come in Serbia, in Afghanistan come in Iraq, in Libia come in Siria per “stabilire l’ordine” o “esportare la democrazia”, fuori da ogni diritto internazionale, sicuri di mantenere il controllo dello scacchiere globale. Persino l’espansione della Nato a est, venuto a mancare il nemico sovietico, verrà vista come estensione di quel dominio per portare nell’orbita occidentale, eventualmente, anche una Russia ridotta a potenza regionale e magari smembrata.
Su tutto questo, peraltro, i liberals nostrani ed europei non hanno mai trovato da eccepire, considerando comunque gli USA il baluardo della democrazia, oltreché il nostro principale alleato e protettore. Nel tempo, però, l’Europa era riuscita non solo a garantirsi una presenza economica di rilievo nel mondo, ma anche a costruire rapporti con la Russia che potevano prefigurare relazioni economiche e politiche diverse. E così come non è mai riuscita a pensare un’America che non fosse alleata e protettrice, così non è mai riuscita a pensare a una Russia oltre Putin. Il quale, sia ben chiaro, è venuto consolidando nel tempo la sua posizione autocratica, non trovando, tuttavia, negli europei quei partner economici che avrebbero potuto garantirne la stabilità, subendo invece l’allargamento della Nato che ha finito per essere sempre più chiaramente rivolto al suo indebolimento. Ed è lì che il boss russo si è defilato: dopo il 2007, quando è stato chiaro che era alla Russia che la Nato puntava, l’autocrate Putin ha rispolverato l’antico, tornando a considerare i suoi confini nei termini dell’influenza russa d’un tempo.
Oggi, il nuovo autocrate di Washington patteggia con l’omologo russo per la spartizione dell’Ucraina e non lo fa, è ovvio, per spirito “pacifista”. Un rivoltamento delle alleanze di proporzioni storiche. E vallo a spiegare a paesi del sud del mondo che abbiamo accettato la secessione del Kosovo perché maltrattato dall’autocrate Milosevic, nel nome del diritto internazionale, ma non ci andava che il Donbass si staccasse dall’Ucraina “democratica” governata da un presidente eletto dopo un golpe, quel diritto che poi Putin violerà prendendosi la Crimea e otto anni dopo invadendo l’Ucraina. Quel diritto, peraltro, che non vale per Israele, che beffandosi di una risoluzione dell’Onu dopo l’altra ha cacciato i palestinesi dalla loro terra e ha poi scatenato la sua vendetta su Gaza dopo il pogrom di Hamas. E ora, in barba a quel diritto, vediamo negoziare Trump e Putin sulla testa degli ucraini e del loro presidente, per quanto “decaduto”, prima eroe, ora esule in patria, dopo tre anni di scontri e distruzioni e migliaia di morti. Tanto che verrebbe da dire: Da che parte stavano, dunque gli USA?
Il fatto è che con questa mossa l’imperialismo capitalista a guida USA si riafferma, dopo aver capito che l’economia globale è ormai multipolare – Cina e India in testa, ma altri vi si uniscono, altrettanto emergenti – e che bisogna fare di necessità virtù. Gli USA di Trump pensano prima di tutto a se stessi, da lì dovrà ripartire il nuovo ordine internazionale. Il blocco “occidentale” è superato, l’Europa è stata fatta crescere sotto l’ala statunitense ma cosa ne sarà, a questo punto, dipenderà dalle scelte che essa saprà fare, superata dal diretto controllo del quadro geopolitico mondiale dagli USA che vogliono riportare dalla loro una Russia che non deve finire nell’orbita cinese.
È una scommessa, di cui Trump rappresenta solo l’epifenomeno. Perché la “fortezza” USA si sente minacciata e non ritiene che abbia più senso proteggere l’Europa con l’ombrello Nato per un nemico che non c’è. Più senso ha, invece, indebolire l’Europa e concentrare lo sforzo economico-militare per fronteggiare gli “emergenti”, avendo l’Europa al guinzaglio più di prima (e se l’orda nera ha successo, tanto meglio). Sarà pure un “imbecille” il nuovo inquilino della Casa Bianca (ma altri “imbecilli” l’hanno abitata, non è il primo), ma ora ha dalla sua il tecno-capitalismo che può mettere finalmente a freno il deep state e far ragionare il suo complesso militare-industriale, verso un nuovo mondo dove una nuova élite avrà il dominio – non la vecchia élite liberal “woke” e “checca” – i poveretti staranno al gioco – ben felici di godere del parco divertimenti del benessere consumistico – e i derelitti del mondo dovranno soccombere (o andarsene coi cinesi e gli indiani, che Dio li maledica).
Che cosa possiamo fare, dunque? Non c’è più spazio per la mobilitazione popolare e l’azione politica? No, lo spazio c’è, purché lo si occupi. Non ha senso appellarsi al diritto internazionale che noi “occidentali” per primi abbiamo riadattato a nostro piacimento. Piuttosto, opporsi all’adozione della logica militare, comunque e dovunque. Se lo scontro nucleare non è un’opzione accettabile, così non è la logica – oggi lo capiamo – che gli USA sono nostri amici, comunque, e i russi nemici. Non è con Putin che dobbiamo fare i conti, ma con la Russia, e agire perché relazioni pacifiche si ristabiliscano. Sembravano prospettarsi, almeno fino al 2004, perché non tornare ad agire in quella direzione? Putin passerà, la Russia no. Gli autocrati potranno essere sconfitti solo se si toglie loro legittimità. Peraltro, è già stato detto, la narrazione che la Russia di Putin voglia invadere l’Europa non è credibile, quando la Russia spende un decimo di quanto spendono gli europei in spesa militare ed è un paese enorme con solo 140 milioni di abitanti (e l’Europa ne ha 500 milioni). In questo senso, se l’Ucraina diverrà una Corea nel mezzo dell’Europa, nelle condizioni date e dopo tutti i disastri commessi da una parte e dall’altra, non può che essere visto con favore. E per accettare questo non è necessario né essere trumpiani o putiniani ma solo realisti (il realismo di Brandt e Palme).
Più in generale, dobbiamo tornare a parlare alle masse per risvegliarle, a prospettare un mondo nuovo e diverso – nulla è ineluttabile – anche se non si chiama socialismo, perché il capitale non l’abbia vinta. La lotta è ancora, come sempre, una sola, con la differenza che il mondo nuovo, ora ce lo dovremo inventare.